Il tuo browser non è aggiornato!

Aggiornalo per vedere questo sito correttamente. Aggiorna ora

18 ottobre 2010

Intervista a Ruben Larentis, “Enologo dell'Anno” della Guida del Gambero Rosso

Ruben Larentis, diplomato all’Istituto agrario di San Michele all’Adige, cinquant’anni esatti, metà dei quali trascorsi alla Ferrari dove oggi è direttore tecnico, trentino doc, è “L’enologo dell’anno” della Guida del Gambero Rosso, presentata domenica 17 ottobre a Roma. Il riconoscimento è da incorniciare e si merita un’intervista. Eccola

Te l’aspettavi di essere proclamato “Enologo dell’anno”?
Detto con franchezza: no. Di conseguenza è un riconoscimento che mi fa ancora più piacere. E un incentivo a continuare nei progetti con il massimo della passione e dell’impegno.
E’ un riconoscimento che ti ha emozionato?
Direi di no. Diciamo che sono contento, che sono soddisfatto perché ho visto riconosciuti l’impegno e la serietà con i quali mi dedico alla mia professione. A ben pensarci, però, c’è qualcosa in tutto ciò che mi ha emozionato davvero…
Che cosa?
Le congratulazioni che tanti colleghi e diversi amici mi hanno fatto. Mi hanno toccato profondamente, mi hanno toccato nell’intimo
Prima di essere proclamato “Enologo dell’anno” avevi ricevuto altri riconoscimenti?
Un’enormità. Ci sono abituato e ogni volta mi fanno piacere…
E da chi?
Dai tanti che amano il Ferrari, il più bel riconoscimento che io conosca viene da coloro che apprezzano ciò che in qualche misura ho fatto io, da quelli che ti dicono “complimenti, ho goduto bollicine che non dimenticherò mai”…
Quando hai cominciato a studiare da enologo, che cosa ti aspettavi da questa professione?
Sono stati i miei genitori a volermi iscrivere all’Istituto agrario di San Michele all’Adige. Era il 1974, mi sono poi diplomato nel 1980. Sono arrivato che ero un ragazzino e ne sono uscito uomo, i sei anni di studi hanno fatto sbocciare la mia passione e una gran voglia di cimentarmi a creare qualcosa, qualche vino intendo.
Hai poi avuto ciò che ti aspettavi?
Molto di più. Non avrei mai pensato di diventare l’enologo di una cantina famosa qual è Ferrari. Posso dire che nel mio caso la realtà ha superato i sogni
Le bollicine che ti piacerebbe fare?
La mia ambizione, il mio sogno, e parlo riferendomi alle future vendemmie,  è di creare ogni anno l’armonia, e con questa parola non c’è bisogno di aggettivi, tra ciò che la natura ci concederà in termini di uve e lo stile Ferrari. Sogno un Ferrari che sia sempre più inconfondibile, unico, con un carattere e una espressività che raccontino la terra straordinaria dalla quale vengono le uve e l’altrettanta straordinaria storia della casa. Ma in fatto di bollicine ho un altro sogno…
Quale?
Continuare a far felice mio padre, trasformando in bollicine i suoi 200 chili di uve chardonnay, coltivate con un amore molto paterno in un vigneto che è a ottocento metri, nel paese, Garniga, dove sono nato.
Quante bottiglie nascono da quelle uve?
Cento. Nascono senza alcun supporto tecnologico. Finiscono tutte agli amici.
Che cosa ti ha dato casa Ferrai? E tu che cosa le hai dato?
L’essere stato assunto, giovanissimo, alla Ferrari è stata l’occasione della mia vita, mi ha permesso di crescere professionalmente sino ad arrivare al ruolo di grande responsabilità che oggi ricopro. Ho cercato di contraccambiare la fiducia riposta in me con un impegno totale e cercando ovunque e comunque il massimo della qualità. Questa è una cantina in cui si è sempre pensato soprattutto all’eccellenza: era il credo del fondatore, Giulio Ferrari, lo è stato e lo è dei Lunelli. E’ anche il mio credo, sull’eccellenza non scenderò mai a patti, amo troppo ciò che faccio.
Quali sono i concetti sui quali basi il tuo lavoro alla Ferrari?
Puntare sempre all’eccellenza, vorrei dire, addirittura, alla perfezione. Noi abbiamo le giuste tecnologie, facciamo sperimentazione e tutto questo significa che, spinti dalla creatività, ne abbiamo a sufficienza per creare ogni anno un Ferrari che sappia distinguersi, che la gente sappia riconoscere, sappia ricordare. Che cosa vuol dire nel nostro caso creatività? Non che la ricetta del Ferrari si ripete di anno in anno, ma che ogni anno cambia, adeguandosi alle uve di quella vendemmia nella continua tensione per l’eccellenza.